Salute

La solitudine come fattore di rischio: 870mila decessi all'anno legati all'isolamento sociale

In occasione della Giornata mondiale dell'Amicizia, l'ISS accende i riflettori sull'impatto dell'isolamento sociale sulla salute, un fenomeno in crescita soprattutto tra i più giovani.

by Redazione 30 luglio 2026
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La solitudine come fattore di rischio: 870mila decessi all'anno legati all'isolamento sociale

La qualità delle nostre relazioni non incide solo sul benessere psicologico, ma rappresenta un vero e proprio determinante della salute fisica. È questo il messaggio lanciato dall'Istituto Superiore di Sanità in occasione della Giornata mondiale dell'Amicizia: secondo le stime richiamate, l'isolamento sociale sarebbe associato a circa 870mila decessi ogni anno a livello globale, un dato che impone una riflessione anche in ambito clinico e assistenziale.

Per gli infermieri e per tutti i professionisti sanitari, questi numeri non rappresentano una novità sul piano intuitivo, ma offrono un fondamento scientifico solido a osservazioni quotidiane. Chi vive situazioni di solitudine prolungata tende a presentare maggiori difficoltà nella gestione delle patologie croniche, minore aderenza terapeutica e un ricorso più frequente ai servizi sanitari, spesso legato a un peggioramento complessivo dello stato di salute.

Un fenomeno che cresce tra i giovani

Contrariamente all'immagine tradizionale che associa la solitudine soprattutto all'età anziana, i dati evidenziano un aumento significativo del fenomeno tra le fasce più giovani della popolazione. Le trasformazioni sociali, la digitalizzazione delle relazioni e i cambiamenti negli stili di vita hanno modificato profondamente le modalità con cui le persone costruiscono e mantengono i propri legami. Il risultato è un paradosso: nonostante la costante connessione virtuale, molti giovani riferiscono un senso di isolamento crescente.

Questo aspetto merita attenzione da parte degli operatori sanitari, chiamati sempre più spesso a intercettare segnali di disagio che non si manifestano necessariamente attraverso sintomi fisici evidenti. Riconoscere la solitudine come possibile fattore di rischio significa ampliare lo sguardo assistenziale oltre la dimensione strettamente biologica.

La prescrizione sociale entra nei percorsi di cura

Se le relazioni rappresentano un fattore protettivo per la salute, allora possono diventare parte integrante delle strategie di cura. È in questa logica che si sta diffondendo la cosiddetta prescrizione sociale, un approccio che integra gli interventi clinici tradizionali con la promozione di attività di socializzazione, partecipazione comunitaria e coinvolgimento in reti di sostegno.

Attraverso questo modello, il professionista sanitario può indirizzare la persona verso attività di gruppo, associazioni, iniziative culturali o percorsi di volontariato, riconoscendo il valore terapeutico del legame sociale. Per l'infermiere, che vive un rapporto di prossimità con l'assistito, si apre un ruolo importante nell'individuazione dei bisogni relazionali e nell'orientamento verso le risorse disponibili sul territorio.

Investire sulla dimensione sociale della salute non significa sostituire la medicina, ma completarla con una visione più ampia e umana della persona. In un contesto in cui la solitudine emerge come una vera emergenza di sanità pubblica, il contributo delle professioni sanitarie può fare la differenza.

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