Salute

Lombardia: primo suicidio assistito interamente gestito dal Servizio Sanitario Regionale

In Lombardia si registra il primo caso di morte volontaria assistita realizzato per intero all'interno del servizio sanitario pubblico, mentre la legge nazionale resta ancora in fase di stallo.

by Redazione 26 agosto 2026
Condividi
Lombardia: primo suicidio assistito interamente gestito dal Servizio Sanitario Regionale

In Lombardia si è verificato un caso destinato a segnare un punto di svolta nel dibattito sul fine vita: per la prima volta, l'intero percorso di suicidio medicalmente assistito è stato gestito all'interno del servizio sanitario regionale. Protagonista della vicenda è Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla in forma secondariamente progressiva, patologia che nel tempo ne aveva compromesso in modo grave l'autonomia e la qualità della vita.

La particolarità del caso risiede nel fatto che tutte le fasi – dalla verifica dei requisiti previsti dalla giurisprudenza costituzionale, alle valutazioni cliniche, fino all'accompagnamento finale – sono state seguite da strutture e professionisti del sistema pubblico, senza il ricorso a percorsi privati o all'estero.

Il quadro normativo ancora incompleto

Va ricordato che in Italia il suicidio assistito non è disciplinato da una legge organica. Il riferimento resta la sentenza della Corte costituzionale del 2019 (la nota pronuncia sul caso Cappato-Antoniani), che ha individuato le condizioni in presenza delle quali l'aiuto a morire non è punibile: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dal paziente, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di autodeterminazione.

Il paradosso segnalato riguarda la proposta di legge attualmente in discussione, che secondo diverse letture rischierebbe di restringere l'accesso a queste procedure proprio all'interno del servizio sanitario pubblico, escludendo di fatto casi come quello appena avvenuto in Lombardia. Un cortocircuito tra la prassi che si sta consolidando sul territorio e l'orientamento normativo in via di definizione.

Cosa significa per gli infermieri

Per i professionisti sanitari, e in particolare per gli infermieri, questo tipo di percorsi solleva interrogativi rilevanti sul piano clinico, organizzativo ed etico. L'assistenza a un paziente che intraprende un percorso di fine vita richiede competenze relazionali, capacità di ascolto e una gestione attenta del carico emotivo, sia verso l'assistito sia verso i familiari.

Resta inoltre aperto il tema dell'obiezione di coscienza e della tutela di chi, all'interno delle équipe, sceglie di non partecipare a queste procedure. Una futura legge dovrebbe chiarire ruoli, responsabilità e garanzie per tutti gli operatori coinvolti, evitando che il peso di decisioni così delicate ricada su singoli professionisti in assenza di un quadro chiaro.

Il caso lombardo mostra che il servizio sanitario pubblico è già in grado di farsi carico di questi percorsi in modo strutturato. La sfida, ora, è costruire una cornice normativa coerente con la realtà clinica e rispettosa sia della volontà dei pazienti sia della professionalità di chi li assiste.

Continua a leggereTutti