Buono pasto ai turnisti: la Cassazione conferma il diritto per chi lavora oltre sei ore
La Corte di Cassazione ribadisce che il personale sanitario impegnato in turni superiori alle sei ore ha diritto al buono pasto, in linea con la normativa sull'orario di lavoro.

Una recente pronuncia della Corte di Cassazione torna a fare chiarezza su un tema che riguarda da vicino migliaia di professionisti sanitari: il diritto al buono pasto per chi presta servizio in regime di turnazione. Secondo i giudici di legittimità, l'operatore che svolge un turno di durata superiore alle sei ore matura il diritto al ticket, indipendentemente dalle interpretazioni restrittive che talvolta vengono applicate a livello aziendale.
Cosa dice la Cassazione
Il fulcro della decisione ruota attorno all'articolo 8, comma 1, del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, la norma che disciplina l'orario di lavoro e prevede il diritto a una pausa quando la prestazione supera le sei ore giornaliere. Per la Corte, negare il buono pasto ai turnisti che rientrano in questa condizione sarebbe in contrasto con lo spirito e la lettera della disposizione, che tutela il recupero psicofisico del lavoratore durante l'attività.
In altre parole, il diritto alla pausa e la conseguente erogazione del buono pasto non possono essere subordinati a criteri organizzativi che escludano chi opera su turni. Il ragionamento dei giudici valorizza la finalità di tutela della salute del lavoratore, particolarmente rilevante in ambito sanitario, dove i ritmi di lavoro sono intensi e la continuità assistenziale impone spesso turni prolungati.
Perché la sentenza è importante per gli infermieri
Per la categoria infermieristica, che vive quotidianamente l'organizzazione per turni all'interno di reparti e servizi, questa pronuncia rappresenta un punto fermo. Non di rado, infatti, alcune amministrazioni hanno interpretato in modo restrittivo il diritto al buono pasto, escludendo il personale turnista o legando il beneficio a condizioni non previste dalla legge.
La decisione della Cassazione offre quindi un solido riferimento a chi si è visto negare questo riconoscimento economico. Il buono pasto, pur avendo un valore contenuto sul singolo turno, incide in modo significativo sul reddito annuo di un professionista che lavora su più turni ogni mese.
Cosa possono fare i professionisti
Gli infermieri che ritengono di rientrare nelle condizioni indicate dalla sentenza possono valutare, anche con il supporto delle organizzazioni sindacali o di un legale, la possibilità di richiedere il riconoscimento del beneficio e, eventualmente, gli arretrati non corrisposti. È utile verificare la propria situazione contrattuale, la durata effettiva dei turni svolti e le eventuali regolamentazioni aziendali applicate.
Al di là del singolo caso, la pronuncia invita le aziende sanitarie a rivedere le prassi interne per allinearle a un principio ormai consolidato: chi lavora oltre le sei ore, anche in turno, ha diritto al buono pasto.

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