Infermiere

Spesa sanitaria italiana al 6,2% del Pil nel 2025: ultima nel G7

I dati sulla spesa sanitaria pubblica collocano l'Italia in fondo alla classifica del G7 e a metà graduatoria tra i Paesi europei dell'area Ocse. Un quadro che pesa sul lavoro quotidiano di infermieri e professionisti della salute.

by Redazione 2 settembre 2026
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Spesa sanitaria italiana al 6,2% del Pil nel 2025: ultima nel G7

Le proiezioni per il 2025 fotografano un sistema sanitario nazionale che continua a ricevere finanziamenti inferiori rispetto ai principali partner internazionali. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del Prodotto interno lordo, un valore che pone l'Italia all'ultimo posto tra i Paesi del G7 e al quindicesimo tra i 27 Stati europei appartenenti all'area Ocse.

Se si guarda alla spesa pro-capite, ovvero alle risorse destinate mediamente a ogni cittadino, il divario con gli altri grandi Paesi industrializzati appare ancora più evidente. Nazioni come Germania e Francia investono somme sensibilmente superiori, mentre l'Italia resta ancorata a livelli che faticano a tenere il passo con l'aumento dei bisogni assistenziali.

Cosa significa per chi lavora in corsia

Per infermieri, medici e operatori sanitari questi numeri non sono semplici statistiche. Un finanziamento contenuto si traduce spesso in carenza di personale, turni sovraccarichi, difficoltà a garantire un rapporto adeguato tra numero di assistiti e professionisti disponibili. La pressione sulle strutture pubbliche cresce, mentre le liste d'attesa si allungano e la capacità di rispondere tempestivamente ai pazienti si riduce.

La carenza infermieristica, tema ormai centrale nel dibattito sulla sanità italiana, è direttamente collegata alle scelte di investimento. Meno risorse significano minori possibilità di assunzioni stabili, retribuzioni poco competitive rispetto ad altri Paesi europei e un rischio concreto di fuga dei professionisti verso realtà che offrono condizioni migliori.

Il confronto con l'Europa

Il posizionamento a metà classifica tra i Paesi europei dell'area Ocse racconta di un sistema che non è agli ultimi posti in assoluto, ma che resta lontano dagli standard dei Paesi più virtuosi. Il rischio è quello di un progressivo indebolimento del carattere universalistico del Servizio sanitario nazionale, con conseguenze sull'equità di accesso alle cure.

Gli esperti richiamano da tempo l'esigenza di invertire la rotta, aumentando in modo strutturale le risorse dedicate alla sanità pubblica. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una scelta che riguarda la tenuta complessiva del sistema e la qualità dell'assistenza offerta ai cittadini.

Per chi opera ogni giorno nelle corsie, il dato del 6,2% rappresenta la cornice entro cui si muove il lavoro quotidiano: una cornice che, senza interventi decisi, rischia di restringersi ulteriormente, aumentando il carico su chi è chiamato a garantire la continuità delle cure.

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